Kingston Digital va alla ricerca del dato perduto

Kingston Digital va alla ricerca del dato perduto

Per l’entrata in vigore del nuovo GDPR, Kingston ha indagato sul rapporto di aziende e professionisti italiani con i dati generati durante le loro attività.
Kingston Digital ha preso in esame alcune figure professionali che quotidianamente gestiscono dati di terzi, divenuti protagonist di un’indagine esplorativa che ha evidenziato come nel mondo del lavoro tutti abbiano la consapevolezza che i dati sono di fondamentale importanza. Tuttavia, tali dati non sempre vengono gestiti e salvati correttamente, e pochi sanno misurarne il valore reale, nonostante in molti abbiano sperimentato almeno una volta nella vita la perdita di dati di primaria importanza.

Ogni giorno nel mondo vengono prodotti 2,5 quintilioni di byte di dati. Un numero enorme, soprattutto se si considera che solo negli ultimi due anni sono stati creati il 90% di tutti i dati oggi presenti su Internet. Il tasso di crescita dei dati non si arresta, anzi aumenta in modo esponenziale. Non tutti questi dati vengono salvati, e in alcuni casi vengono perduti per sempre.
Ed è proprio in questo scenario che Kingston ha chiesto a diverse categorie di professionisti - medici, avvocati, commercialisti, consulenti finanziari, giornalisti, proprietari di palestre, preti - quale sia il rapporto che hanno con i dati generati durante la propria attività professionale, e come si comportano quando devono archiviarli o trasportarli.

Ne è emerso che tutti i professionisti intervistati ritengono ormai essenziali i dati prodotti quotidianamente durante lo svolgimento della loro attività. Consapevolezza che non sempre si traduce in comportamenti virtuosi quando ci si trova a dover archiviare, proteggere o trasportare i dati stessi.
Nel caso dei medici, ad esempio, l’archiviazione avviene a livello centralizzato all’interno della struttura ospedaliera, e non è possibile in nessun caso portare all’esterno queste informazioni strettamente riservate. Molto rigorosi i commercialisti, che effettuano backup multipli su dischi rigidi esterni, pc e cloud, meno i gestori di palestre o i giornalisti, che fino ad oggi non erano vincolati da nessuna normativa in materia di protezione dei dati.

Nonostante la tendenza generalizzata dei tempi odierni verso la digitalizzazione, esistono categorie ancora ancorate al cartaceo, come gli avvocati, ad esempio, o per i preti, che ricevono tutte le informazioni ecclesiastiche ufficiali via posta.
Dall’inchiesta emerge una diffidenza nei confronti dei metodi di backup più innovativi come il cloud. Si passa da posizioni dubbiose, come quella del giornalista e del prete a posizioni nette come quella del consulente finanziario che si rifiuta categoricamente di trasferire i dati sulla nuvola, o il proprietario della palestra che piuttosto stampa tutto e ripone nel cassetto. A farla da padroni sono i dischi rigidi esterni e i vari pc (sia personali che non), insieme alle unità USB, che poi vengono passate di mano in mano tra i colleghi.

Da tempo esistono sul mercato unità USB crittografate, come quelle proposte da Kingston, che permettono di garantire elevati standard di sicurezza dei dati in mobilità da furti o manomissioni.
Come si pongono i professionisti nei confronti di tali soluzioni?
A sorpresa, quello più preparato e desideroso di utilizzarle sembra essere il parroco, che ammette di aver pensato di dover sfruttare nuove tecnologie. Anche chi fa informazione per professione, si dimostra propenso a questi drive. In ambito sanitario, invece, i drive USB non vengono percepiti come particolarmente utili perché i dati non possono essere trasportati all’esterno dell’intranet ospedaliera. Il commercialista e il proprietario della palestra ne conoscono l’esistenza, ma non ne hanno ancora percepito il valore aggiunto.

Dall’indagine è emerso che la quasi totalità dei professionisti intervistati ha sperimentato almeno una volta la perdita dei dati a causa di un disco rigido in blocco, un drive USB smarrito o una negligenza nell’effettuare il back up. Situazioni che hanno permesso un recupero solo parziale dei dati.
Se da un lato nessuno degli intervistati è in grado di assegnare un preciso valore economico ai dati generati sul lavoro, la percezione del loro valore in termini di tempo risulta chiara: tutti concordi sul fatto che i dati valgano un’intera vita lavorativa.