Red Hat, sarà l’informatica a portarci su Marte

Red Hat: sarà l’informatica a guidare la strada verso Marte

Yan Fisher, Global Evangelist, Emerging Technologies, Red Hat spiega come l’informatica aiuterà l’umanità a compiere il prossimo grande passo verso Marte.

Senza dubbio, lo sbarco sulla luna di 50 anni fa rappresenta ancora oggi uno dei successi tecnologici più importanti nella storia dell’umanità. E le tecnologie che ci hanno portato allora sulla luna non possono che impallidire rispetto ai telefoni che abbiamo in tasca oggi. Ma quali sono le innovazioni tecnologiche che ci hanno portato sulla luna, e quali quelle che invece ci porteranno su Marte?

Il computer che ha guidato lo sbarco sulla luna aveva le dimensioni di una valigetta e non si era mai visto nulla del genere prima – un computer standard portatile. Nasceva dalla miniaturizzazione dei component di calcolo, grazie a un ingegnere elettronico di Texas Instruments, Jack Kilby, inventore del circuito integrato, che ha permesso di installare computer su astronavi e moduli lunari.

Per la prima volta nella missione Apollo 11 è stato usato software sulla luna. Il tutto grazie agli sforzi combinati della NASA e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che hanno aiutato a dare il via all’era digitale nello spazio.

Pronti per la prossima fase dell’esplorazione dello spazio

Red Hat: sarà l’informatica a spianare la strada verso MarteProbabilmente non è una coincidenza che HPE abbia scelto i suoi server Apollo per creare lo Spaceborne Computer, portando un teraflop di potenza di elaborazione dalla terra allo spazio. Lo Spaceborne Computer è un Sistema standard e pronto all’uso, installato uno speciale case, in modo da potersi adattare alla Stazione Spaziale Internazionale (International Space Station, ISS). Oltre a ciò, lo Spaceborne opera con hardware e software non-hardened, ed è controllato da un sistema operativo open source – nello specifico Red Hat Enterprise Linux.

I sistemi di elaborazione a bordo delle navicelle spaziali sono fortemente specializzati e specificamente hardenizzati per proteggerli da raggi cosmici, forze di gravità e altri particolari rischi ambientali. Su questo, già dal primo volo umano nello spazio nel 1961, si è aperto un dibattito sulle protezioni extra richieste all’hardware. Se gli esseri umani sono in grado di sostenere variazioni ambientali per lunghi periodi di tempo, anche l’hardware dovrebbe essere in grado di fare lo stesso.

HPE e NASA hanno pianificato inizialmente la missione Spaceborne come un esperimento della durata di un anno, più o meno il tempo necessario a una navicella spaziale per raggiungere Marte. L’obiettivo era quello di operare applicazioni compute- e data-intensive in uno scenario di radiazioni variabili e di verificare gli effetti delle radiazioni solari sui sistemi in attività. Lo scorso 4 giugno, dopo aver passato 615 giorni a bordo della ISS e aver viaggiato per quasi 228 milioni di miglia, il computer Spaceborne è tornato con successo sulla terra con la navicella spaziale Dragon 9 di Space X.

Ora che ci stiamo avvicinando alla prossima milestone dell’esplorazione spaziale, ovvero la colonizzazione di Marte, i risultati emersi nel corso di questo progetto aiuteranno gli scienziati a trovare nuove modalità di usare hardware standard nello spazio senza la necessità di protezioni scomode e costose. E sono anche la conferma che computer standard dotati di sistemi operativi standard possono essere utilizzati per portare esseri umani su Marte. Queste macchine potrebbero poi essere basate sulla superficie del Pianeta Rosso e installate da scienziati e personale di terra per condurre ricerche ed esperimenti.

Maggiore apertura e collaborazione

Sulla terra, istituzioni e laboratori di ricerca nazionali di tutto il mondo stanno investendo ore e ore su ogni possibile aspetto della scienza dello spazio. E sempre più spesso, i sistemi HPC (high performance computing) usati nella ricerca fanno uso di software open source.

Nella realtà, oggi tutti i maggiori 500 supercomputer al mondo fanno uso di qualche versione di Linux, con i primi due - Summit and Sierra – che usano Red Hat Enterprise Linux. Non è improbabile quindi che l’ecosistema dell’esplorazione spaziale possa essere costruito su basi di condivisione dell’informazione e di contributo alle fonti comuni di conoscenza, proprio nello steso modo in cui funziona l’ecosistema del software open source.

Gli elementi chiave del successo di questo ecosistema sono:
• L’uso di tecnologie open per promuovere la collaborazione tra le diverse nazioni
• Una ricerca scientifica guidata dall’AI
• La partecipazione attiva di aziende commerciali, come SpaceX, che andrebbe a sostenere ulteriormente l’impegno nazionale e fornire fondi aggiuntivi per la ricerca accademica.

Anche se si tratta di obiettivi ambiziosi, che potrebbero richiedere anni prima di essere raggiunti, vediamo già progressi significativi sotto molti aspetti: il software open source viene già utilizzato nello spazio, AI e ML vengono utilizzati per la comunicazione e la navigazione dei veicoli spaziali, e il numero di aziende commerciali interessate all’economia dello spazio sta crescendo.